LEGGERE. Ne “La pazza morale” Rossella Paolini narra la condizione degli “invisibili”: dall’internamento femminile opera del patriarcato fascista alla narrazione fuorviante dell’universo autistico

«La scelta di scrivere “La pazza morale” nasce da un evento profondamente personale, che ha segnato la mia vita e mi ha spinta a trasformare il dolore in una testimonianza morale e in un percorso terapeutico, al fine di sensibilizzare il prossimo su tematiche spesso ignorate»: lo spiega Rossella Paolini, autrice del romanzo (anche) storico “La Pazza Morale” dall’incipit autobiografico: «Racconto il quotidiano con mio figlio Alfredo – spiega lei – un ragazzo autistico grave, e la scoperta fatta da bambina sulla vera identità di mia nonna, abbandonata alla nascita».
Da questa rivelazione prende forma un viaggio narrativo che catapulta il lettore negli anni Venti del Novecento, dentro la realtà sociale e culturale dell’epoca, e dell’internamento femminile nei manicomi del ventennio fascista. Le vicende raccontate, frutto di approfondite ricerche documentali, sono ispirate a fatti realmente accaduti, ma romanzate e popolate da personaggi di fantasia, per tutelare le identità delle persone coinvolte.
Il filo che unisce passato e presente è la condizione degli invisibili: ieri le donne internate, spesso senza motivo, vittime di un sistema patriarcale e del regime fascista che le cancellava; oggi i ragazzi disabili autistici gravi, che non sono geni incompresi come vengono rappresentati dai media (narrazioni fuorvianti, che alimentano pericolosi stereotipi e spostano l’attenzione pubblica e politica da problematiche ben più gravi e concrete). Si tratta invece di giovani, bambini e adulti che soffrono insieme alle loro famiglie, abbandonate a sé stesse, e che non trovano spazio nel racconto pubblico, se non di rado.
«Questo libro – conclude l’autrice, pluripremiata sia per gli scritti, sia per l’impegno sociale – nasce proprio dal trauma della separazione da mio figlio, una scelta dolorosa, ma necessaria per garantirgli l’assistenza e le cure che non potevo più offrirgli personalmente, ma che ha trovato nel Centro Ugo Felice. È un’opera che unisce memoria, denuncia sociale e un profondo bisogno di restituire dignità a chi non può raccontarsi da solo».