«Fiorello dimostra che il varietà è ancora possibile ma il varietà classico costa, richiede tempo (entità demolita dai social) e una direzione editoriale capace di immaginare»

«Dieci minuti bastano a Fiorello per fare quello che la tv italiana annuncia da anni: un varietà… Ma che cosa abbiamo visto? Un varietà, certo. Oppure un promo per il ritorno radiofonico di Fiorello, con la Rai che offre il suo appuntamento più riconoscibile: il Tg1. La pubblicità si traveste da evento e l’evento ha abbastanza talento da non sembrare réclame»: sul Corriere della Sera Aldo Grasso analizza l’incursione di Fiorello su Rai1. E gli resta un quesito: «La tv generalista sa ancora produrre un varietà o soltanto organizzare l’irruzione di Fiorello dentro un altro programma? – si chiede Grasso – il nome più onesto, forse, è “varietà interstiziale”. Brutto, sa di riunione di palinsesto. Ma descrive una necessità: il varietà classico costa, richiede tempo (entità demolita dai social) e una direzione editoriale capace di immaginare. Oggi la Rai preferisce formati che entrano in una fessura e spariscono prima che qualcuno chieda quanto costano. Fiorello fa di quella fessura una scena: dieci minuti dopo il Tg, una finestra nel flusso, un programma che esiste perché il palinsesto gli lascia un varco… Il giudizio è positivo, ma non pacificato: Fiorello dimostra che il varietà è ancora possibile. La Rai dimostra che deve chiamarlo eccezione, promozione, incursione. Dieci minuti sono bastati. In tv ormai anche la festa deve chiedere il permesso di passare».