«Guardo i Tg della Rai, ma non riesco ad arrivare in fondo. I programmi, poi, sono di una sciatteria enorme»: lo dice a La Stampa Pier Luigi Celli ex direttore generale di una Rai oggi «tecnicamente inguardabile». Spiega Celli: «Hanno occupato i posti, ma non hanno messo i competenti. Se l’obiettivo è l’egemonia culturale, per raggiungerlo ti serve la qualità. Altrimenti causi solo un danno economico e di immagine, una perdita di reputazione per un’azienda così importante, anche a livello internazionale. Una Rai ridotta così, percepita come un organo di partito, non serve a nessuno, nemmeno al governo. Provare a schierare la Rai in vista della campagna elettorale è un errore: la gente se ne accorge e non ci sta. Nel 2001 dal centrosinistra ci chiesero di farlo, io mi rifiutai, altri furono più disponibili. Alla fine, vinse Berlusconi». «La Rai – aggiunge Celli – è una grande impresa che fa cultura, non può agire come una compagnia di ventura. A mio avviso, bisogna creare una fondazione, guidata da persone competenti e di alto profilo, in modo che non siano condizionabili».